Le continue mutazioni tecnoculturali del nostro tempo sembrano essere declinate dall’architettura (ma non solo) in multiformi semantiche dal carattere “post” (…) – spesso genericamente definite postdigital dai mass media –, molte ancora da decifrare, che stanno contribuendo a rigenerare il senso dell’abitare contemporaneo, sia nella dimensione materiale del reale, sia nella sfera immateriale del virtuale. Ma cosa significa per l’architettura essere entrata in questa ipotetica era post digitale e nell’Industry 4.0? Le ultime frontiere dell’innovazione – le ricerche sulle biotecnologie, sulle nanotecnologie, la fabbricazione digitale (la stampa 3D, i dispositivi a controllo numerico, la rete dei Fab Lab), la progettazione parametrica e BIM, la gestione dei Big Data, le trasformazioni delle reti, ecc. – in che modo stanno alimentando la creatività, modificando la formazione e la professione? E quali gli effetti sulla rappresentazione e conformazione dello spazio e dei prodotti, considerando anche il digital divide e il modus vivendi contemporaneo, spesso destabilizzato dalla globalizzazione? Facciamo un passo indietro. Alle soglie del nuovo millennio, interrogandoci sui rapporti fra “architettura e cultura digitale” – esito della prima rivoluzione digitale in architettura (pioneristica, a tratti ingenua e retorica ma positivamente sperimentale), esplosa negli anni ’90 con gli esordi del “digitale di massa” –, ci domandavamo in che modo quella nuova tecnocultura (recepita subito come innovativa e già prevista pervasiva e trasversale) stava ampliando lo spazio del progetto e modificato la dimensione del tempo, con tutte le ricadute sul senso del nostro lavoro. Oggi, usciti dal periodo rivoluzionario del “paradigma elettronico” in architettura, alla luce di alcuni decenni di creatività alimentati dalle tecnoculture digitali, possiamo analizzare con più maturità e conoscenze i risultati di quel prolifero periodo del progetto, approfondendo gli eventi e innescando ulteriori processi di storicizzazione, fondamentali requisiti per interpretare l’attuale stato dell’arte del fenomeno. Una fase che appare ancora in formazione, a tratti contraddittoria, ma in cui emergono già nuovi e interessanti spunti teorico-operativi che meritano l’attenzione della critica. Si evidenziano, inoltre, laboriosità più attente ai temi studiati dalle cosiddette Digital Humanities, progettualità tecnoculturali che sembrano tendere a relazionarsi più intensamente con la sensibilità umana, con la natura, con l’universo e con “la presenza del passato”. Quest’ultima citazione consiglia di studiare la condizione postdigitale alla luce dell’esperienza della lezione del postmoderno che, seppur in tutt’altro contesto, sembra offrire interessanti riferimenti storici.

Architettura e tecnocultura “post” digitale. Verso una storia.

Maurizio Unali
2019

Abstract

Le continue mutazioni tecnoculturali del nostro tempo sembrano essere declinate dall’architettura (ma non solo) in multiformi semantiche dal carattere “post” (…) – spesso genericamente definite postdigital dai mass media –, molte ancora da decifrare, che stanno contribuendo a rigenerare il senso dell’abitare contemporaneo, sia nella dimensione materiale del reale, sia nella sfera immateriale del virtuale. Ma cosa significa per l’architettura essere entrata in questa ipotetica era post digitale e nell’Industry 4.0? Le ultime frontiere dell’innovazione – le ricerche sulle biotecnologie, sulle nanotecnologie, la fabbricazione digitale (la stampa 3D, i dispositivi a controllo numerico, la rete dei Fab Lab), la progettazione parametrica e BIM, la gestione dei Big Data, le trasformazioni delle reti, ecc. – in che modo stanno alimentando la creatività, modificando la formazione e la professione? E quali gli effetti sulla rappresentazione e conformazione dello spazio e dei prodotti, considerando anche il digital divide e il modus vivendi contemporaneo, spesso destabilizzato dalla globalizzazione? Facciamo un passo indietro. Alle soglie del nuovo millennio, interrogandoci sui rapporti fra “architettura e cultura digitale” – esito della prima rivoluzione digitale in architettura (pioneristica, a tratti ingenua e retorica ma positivamente sperimentale), esplosa negli anni ’90 con gli esordi del “digitale di massa” –, ci domandavamo in che modo quella nuova tecnocultura (recepita subito come innovativa e già prevista pervasiva e trasversale) stava ampliando lo spazio del progetto e modificato la dimensione del tempo, con tutte le ricadute sul senso del nostro lavoro. Oggi, usciti dal periodo rivoluzionario del “paradigma elettronico” in architettura, alla luce di alcuni decenni di creatività alimentati dalle tecnoculture digitali, possiamo analizzare con più maturità e conoscenze i risultati di quel prolifero periodo del progetto, approfondendo gli eventi e innescando ulteriori processi di storicizzazione, fondamentali requisiti per interpretare l’attuale stato dell’arte del fenomeno. Una fase che appare ancora in formazione, a tratti contraddittoria, ma in cui emergono già nuovi e interessanti spunti teorico-operativi che meritano l’attenzione della critica. Si evidenziano, inoltre, laboriosità più attente ai temi studiati dalle cosiddette Digital Humanities, progettualità tecnoculturali che sembrano tendere a relazionarsi più intensamente con la sensibilità umana, con la natura, con l’universo e con “la presenza del passato”. Quest’ultima citazione consiglia di studiare la condizione postdigitale alla luce dell’esperienza della lezione del postmoderno che, seppur in tutt’altro contesto, sembra offrire interessanti riferimenti storici.
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