Negli ultimi decenni, soprattutto a seguito dei cambiamenti innescati dopo il crollo dell’Unione sovietica, gli studiosi si sono posti il problema di valutare come i popoli e gli stati, che emergevano da tali processi di transizione, affrontassero il rapporto con il loro passato e quale ruolo, se vi era, la legge poteva svolgere in tali processi al fine di assicurare, allo stesso tempo, l’amministrazione della giustizia in relazione ai crimini del passato, e la riconciliazione dei vari segmenti della società in vista della costruzione del futuro. Un tale processo operava un cambiamento radicale di valori e prospettive: ciò che ieri era legittimo e giustificato, oggi diventa inaccettabile ed esecrabile. Il saggio si propone di analizzare il caso algerino dalla fine degli anni Ottanta fino alle soglie della Primavera araba. Si cercherà di individuare quali siano i limiti e le difficoltà che ha attraversato e sta attraversando la “transizione” algerina, cercando di comprendere da dove e verso dove si sta muovendo. Per far questo, si è creduto opportuno adottare come metodo e parametro di riferimento il modello di transizione che fu proposto da alcuni autorevoli rappresentanti della società civile algerina, espressione dei maggiori partiti creati all’indomani dell’apertura del processo democratico all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso e che è rappresentato dalla Piattaforma di Roma del 1995 . Com’è noto, tale proposta di transizione non fu accettata dal governo algerino e qualificata come un «lā ḥadat», un non evento. Il regime algerino ha contrapposto a questa iniziativa una serie di provvedimenti che hanno mirato a (ri)costruire la storia algerina degli ultimi vent'anni secondo un orientamento ben preciso. La società civile, in particolare le organizzazioni per i diritti umani, d'altra parte, cercano di mantenere viva un'altra memoria e di far valere il racconto di una storia più complessa.

Algeria 1994-2014. Vent’anni dai colloqui di Roma. Quale transizione possibile?

Paola Pizzo
2017-01-01

Abstract

Negli ultimi decenni, soprattutto a seguito dei cambiamenti innescati dopo il crollo dell’Unione sovietica, gli studiosi si sono posti il problema di valutare come i popoli e gli stati, che emergevano da tali processi di transizione, affrontassero il rapporto con il loro passato e quale ruolo, se vi era, la legge poteva svolgere in tali processi al fine di assicurare, allo stesso tempo, l’amministrazione della giustizia in relazione ai crimini del passato, e la riconciliazione dei vari segmenti della società in vista della costruzione del futuro. Un tale processo operava un cambiamento radicale di valori e prospettive: ciò che ieri era legittimo e giustificato, oggi diventa inaccettabile ed esecrabile. Il saggio si propone di analizzare il caso algerino dalla fine degli anni Ottanta fino alle soglie della Primavera araba. Si cercherà di individuare quali siano i limiti e le difficoltà che ha attraversato e sta attraversando la “transizione” algerina, cercando di comprendere da dove e verso dove si sta muovendo. Per far questo, si è creduto opportuno adottare come metodo e parametro di riferimento il modello di transizione che fu proposto da alcuni autorevoli rappresentanti della società civile algerina, espressione dei maggiori partiti creati all’indomani dell’apertura del processo democratico all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso e che è rappresentato dalla Piattaforma di Roma del 1995 . Com’è noto, tale proposta di transizione non fu accettata dal governo algerino e qualificata come un «lā ḥadat», un non evento. Il regime algerino ha contrapposto a questa iniziativa una serie di provvedimenti che hanno mirato a (ri)costruire la storia algerina degli ultimi vent'anni secondo un orientamento ben preciso. La società civile, in particolare le organizzazioni per i diritti umani, d'altra parte, cercano di mantenere viva un'altra memoria e di far valere il racconto di una storia più complessa.
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