La domanda che spesso ci facciamo, come progettisti, è se esiste ancora un ruolo per l’architettura capace di proporre soluzioni alla articolazione così complessa dell’aumentare progressivo di nuove richieste di ospitalità per la città. Quale ruolo ha l’architettura in contesti come questi? Quali sono le capacità del progetto di incidere sui meccanismi della trasformazione urbana e sulle sue modalità di attuazione? Cosa possiamo ancora fare con l’architettura, stimolare relazioni, favorire forme di integrazione, restituire spazi per l’accoglienza. Ci accorgiamo molto spesso che, in questi casi, più che alle forme sia necessario fare affidamento sulle azioni e sulla capacità delle modificazioni non fisiche di poter incidere molto più in profondità di quanto si faccia con le trasformazioni fisiche sulla città. L’architettura in questi casi, non è un fondamento, ma un complemento, un processo che deve affiancare strategie capaci di coinvolgere le relazioni prima ancora di definire gli spazi. Un progetto per l’accoglienza rimane sostanzialmente un progetto per la città, per la qualità dei suoi spazi di relazione, per la costruzione di occasioni di scambio e di relazioni tra i residenti ed i “nuovi” ospiti, sotto questo aspetto l’architettura può e deve dare risposte che, sappiano trovare soluzioni durature. Abitare non significa soltanto occupare uno spazio residenziale, attraversare gli spazi pubblici a questo connessi, lavorare in locali e fabbriche della città. Il complesso processo abitativo che vede come protagonista la popolazione immigrata coinvolge anche una nuova dimensione geografica definita dagli spazi pubblici e dalle relazioni che vi si intrecciano al suo interno. Una geografia che molto spesso è costruita da una naturale predisposizione di molti degli immigrati a vivere lo spazio aperto, occupando, sempre più spesso, quegli spazi (piazze, slarghi, giardinetti, stazioni, mercati) che i residenti hanno abbandonato da tempo.

Dentro e fuori i confini dell'accoglienza

Domenico Potenza
2017

Abstract

La domanda che spesso ci facciamo, come progettisti, è se esiste ancora un ruolo per l’architettura capace di proporre soluzioni alla articolazione così complessa dell’aumentare progressivo di nuove richieste di ospitalità per la città. Quale ruolo ha l’architettura in contesti come questi? Quali sono le capacità del progetto di incidere sui meccanismi della trasformazione urbana e sulle sue modalità di attuazione? Cosa possiamo ancora fare con l’architettura, stimolare relazioni, favorire forme di integrazione, restituire spazi per l’accoglienza. Ci accorgiamo molto spesso che, in questi casi, più che alle forme sia necessario fare affidamento sulle azioni e sulla capacità delle modificazioni non fisiche di poter incidere molto più in profondità di quanto si faccia con le trasformazioni fisiche sulla città. L’architettura in questi casi, non è un fondamento, ma un complemento, un processo che deve affiancare strategie capaci di coinvolgere le relazioni prima ancora di definire gli spazi. Un progetto per l’accoglienza rimane sostanzialmente un progetto per la città, per la qualità dei suoi spazi di relazione, per la costruzione di occasioni di scambio e di relazioni tra i residenti ed i “nuovi” ospiti, sotto questo aspetto l’architettura può e deve dare risposte che, sappiano trovare soluzioni durature. Abitare non significa soltanto occupare uno spazio residenziale, attraversare gli spazi pubblici a questo connessi, lavorare in locali e fabbriche della città. Il complesso processo abitativo che vede come protagonista la popolazione immigrata coinvolge anche una nuova dimensione geografica definita dagli spazi pubblici e dalle relazioni che vi si intrecciano al suo interno. Una geografia che molto spesso è costruita da una naturale predisposizione di molti degli immigrati a vivere lo spazio aperto, occupando, sempre più spesso, quegli spazi (piazze, slarghi, giardinetti, stazioni, mercati) che i residenti hanno abbandonato da tempo.
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