Sono passati ormai quasi quattro anni da quando l’Albania, paese vicino, alle porte d’Europa, sembrava aver avviato, attorno alla metà degli anni ’10, una vera e propria rivoluzione in campo urbanistico e amministrativo. Ci aveva già provato altre volte, l’Albania, negli lunghi e tumultuosi anni della transizione all’economia di mercato, dopo il lungo periodo collettivista, a costruire attorno alla crescita, del tutto incontrollata, del- le città e fuori delle città un programma di norme, di regolamenti e di nuovi Piani, in grado di attenuare gli effetti devastanti dello sviluppo insediativo senza regole, spontaneo e illegale, originato dalle crescenti rimesse degli immigrati – pari a un terzo della popolazione – ma probabilmente anche delle economie e dei traffici illegali. Economie e traffici che per molto tempo hanno occupato una parte consistente delle relazioni economiche e sociali del paese, per poi migrare, forse, verso altri contesti di più attuale instabilità geografica e militare, come il vicino Kosovo, o l’attuale Montenegro. 1 Si è trattato, quasi sempre, di tentativi a volte generosi, e a volte rituali, spesso fallimentari, a riprova di una sorta d’irriducibilità del paese attuale ad ogni forma di controllo e di pianificazione del proprio sviluppo urbano e territoriale, lungamente compresso negli anni del regime comunista. Ci ha provato, ora, con esiti ancora difficili da decifrare, il nuovo Governo a guida “socialista”, se così può ancora chiamarsi la presidenza del Consiglio di Edi Rama, che da ormai due legislature consecutive sembra aver rotto la continua alternanza tra governi di colore opposto 2 , che ha sempre caratterizzato la vita politica del “paese delle Aquile”. Una direzione difficile da classificare in senso politico, e che ha incontrato e tuttora incontra una dura opposizione – all’interno di un quadro politico parlamentare tutt’altro che pacificato - palesemente orientata a rafforzare, oltre quanto già realizzato dai precedenti governi, una sorta di free zone a due passi dall’Europa3, dove si pagano poche tasse e dove la rivendicazione dei diritti comuni delle classi subalterne appare ancora obnubilata dal persistente mito del successo individuale, in un paese esibito come nuova frontiera del liberismo economico dove “non ci sono sindacati né tasse superiori al 15 per cento”4. All’interno di tale quadro generale, molto interesse dovrebbe essere riconosciuto alla vicenda recente di questa nazione, anche sotto il profilo strettamente disciplinare. Un bilancio completo diventa ancora difficile da compiere, anche per la difficoltà di reperire informazioni e accesso a dati aperti, oggi aggravata dall’inasprirsi del conflitto politico, e dalla crisi che attanaglia ancora il paese, anche in relazione al sisma, recente, che ha colpito le città maggiori.

Albania, 2019. Tentativi di riforma e di governo territoriale

Piero Rovigatti
2020

Abstract

Sono passati ormai quasi quattro anni da quando l’Albania, paese vicino, alle porte d’Europa, sembrava aver avviato, attorno alla metà degli anni ’10, una vera e propria rivoluzione in campo urbanistico e amministrativo. Ci aveva già provato altre volte, l’Albania, negli lunghi e tumultuosi anni della transizione all’economia di mercato, dopo il lungo periodo collettivista, a costruire attorno alla crescita, del tutto incontrollata, del- le città e fuori delle città un programma di norme, di regolamenti e di nuovi Piani, in grado di attenuare gli effetti devastanti dello sviluppo insediativo senza regole, spontaneo e illegale, originato dalle crescenti rimesse degli immigrati – pari a un terzo della popolazione – ma probabilmente anche delle economie e dei traffici illegali. Economie e traffici che per molto tempo hanno occupato una parte consistente delle relazioni economiche e sociali del paese, per poi migrare, forse, verso altri contesti di più attuale instabilità geografica e militare, come il vicino Kosovo, o l’attuale Montenegro. 1 Si è trattato, quasi sempre, di tentativi a volte generosi, e a volte rituali, spesso fallimentari, a riprova di una sorta d’irriducibilità del paese attuale ad ogni forma di controllo e di pianificazione del proprio sviluppo urbano e territoriale, lungamente compresso negli anni del regime comunista. Ci ha provato, ora, con esiti ancora difficili da decifrare, il nuovo Governo a guida “socialista”, se così può ancora chiamarsi la presidenza del Consiglio di Edi Rama, che da ormai due legislature consecutive sembra aver rotto la continua alternanza tra governi di colore opposto 2 , che ha sempre caratterizzato la vita politica del “paese delle Aquile”. Una direzione difficile da classificare in senso politico, e che ha incontrato e tuttora incontra una dura opposizione – all’interno di un quadro politico parlamentare tutt’altro che pacificato - palesemente orientata a rafforzare, oltre quanto già realizzato dai precedenti governi, una sorta di free zone a due passi dall’Europa3, dove si pagano poche tasse e dove la rivendicazione dei diritti comuni delle classi subalterne appare ancora obnubilata dal persistente mito del successo individuale, in un paese esibito come nuova frontiera del liberismo economico dove “non ci sono sindacati né tasse superiori al 15 per cento”4. All’interno di tale quadro generale, molto interesse dovrebbe essere riconosciuto alla vicenda recente di questa nazione, anche sotto il profilo strettamente disciplinare. Un bilancio completo diventa ancora difficile da compiere, anche per la difficoltà di reperire informazioni e accesso a dati aperti, oggi aggravata dall’inasprirsi del conflitto politico, e dalla crisi che attanaglia ancora il paese, anche in relazione al sisma, recente, che ha colpito le città maggiori.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11564/733914
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