Il testo si propone di presentare il pensiero sociologico di Robert K.Merton (1910-2003) alla luce della sua biografia e dei contesti intellettuali in cui avvenne la sua formazione. Pertanto, un primo capitolo affronta il tema delle aspirazioni del figlio di immigrati ebrei dall'Europa orientale tra Philadelphia, l'Università di Harvard e New Orleans, allorché l'emergere della vocazione sociologica suscitata dal suo primo insegnante Simpson ebbe modo di manifestarsi sempre più nitidamente a contatto con maestri del calibro di Sorokin, Parsons, Sarton, Henderson e Whitehead (propriamente, un filosofo) ed attingendo a piene mani dall'allora recente magistero di Durkheim, sino a sfociare nella celebre ricerca interdiscipli-nare sul rigoglio delle discipline naturalistiche nell'Inghilterra del XVIII secolo (1938), che rivela tratti proto-funzionalistici. Contemporaneamente, tuttavia, si fece strada il suo convincimento circa il carattere imprescindibile dell'individuo per la realizzazione di qualsiasi progetto umano, che come attesta il secondo capitolo, dedicato ai primi 36 anni del suo insegnamento presso la Columbia University di New York e soprattutto al suo fecondissimo sodalizio umano ed intellettuale con P.F.Lazarsfeld (1904-1976), il più grande metodologo delle scienze sociali del Novecento, da cui apprese molto in riferimento al ruolo della psicologia nello studio delle motivazioni dell'agire ed al bisogno di una rigorosa convalida empirica degli asserti teorici ed a cui a sua volta fornì un esempio vivo dell'opportunità di sviluppare un discorso sistematico sulle tappe in cui si articolano le inchieste relative al consorzio civile, con ricadute evidenti sul versante dell'estro creativo, nonché di un approccio tutt'altro che acritico nei con-fronti degli assetti costituiti (si pensi al rilievo dell'anomia). Infine, l'ultima sezione del volume si concentra sul trentennio conclusivo della sua lun-ga esistenza, in cui, accanto alle comprensibili inclinazioni rievocative, appaiono nuovi progetti di ricerca, che però s'inseriscono in una trama evolutiva priva di strappi traumatici col passato, e la cosiddetta "svolta ermeneutica", che depotenzia le componenti positivistiche del suo pristino indirizzo speculativo, ma, al solito, non le rinnega del tutto, confermando la volontà strenua del sociologo di Philadelphia di smussare gli angoli, di addivenire a compromessi che è alla base del suo concetto forse più famoso, ossia le teorie di medio raggio.

La banalità e l'imprevisto. Robert K. Merton fra struttura, storia ed individuo

Stefano Ricciuti
2020-01-01

Abstract

Il testo si propone di presentare il pensiero sociologico di Robert K.Merton (1910-2003) alla luce della sua biografia e dei contesti intellettuali in cui avvenne la sua formazione. Pertanto, un primo capitolo affronta il tema delle aspirazioni del figlio di immigrati ebrei dall'Europa orientale tra Philadelphia, l'Università di Harvard e New Orleans, allorché l'emergere della vocazione sociologica suscitata dal suo primo insegnante Simpson ebbe modo di manifestarsi sempre più nitidamente a contatto con maestri del calibro di Sorokin, Parsons, Sarton, Henderson e Whitehead (propriamente, un filosofo) ed attingendo a piene mani dall'allora recente magistero di Durkheim, sino a sfociare nella celebre ricerca interdiscipli-nare sul rigoglio delle discipline naturalistiche nell'Inghilterra del XVIII secolo (1938), che rivela tratti proto-funzionalistici. Contemporaneamente, tuttavia, si fece strada il suo convincimento circa il carattere imprescindibile dell'individuo per la realizzazione di qualsiasi progetto umano, che come attesta il secondo capitolo, dedicato ai primi 36 anni del suo insegnamento presso la Columbia University di New York e soprattutto al suo fecondissimo sodalizio umano ed intellettuale con P.F.Lazarsfeld (1904-1976), il più grande metodologo delle scienze sociali del Novecento, da cui apprese molto in riferimento al ruolo della psicologia nello studio delle motivazioni dell'agire ed al bisogno di una rigorosa convalida empirica degli asserti teorici ed a cui a sua volta fornì un esempio vivo dell'opportunità di sviluppare un discorso sistematico sulle tappe in cui si articolano le inchieste relative al consorzio civile, con ricadute evidenti sul versante dell'estro creativo, nonché di un approccio tutt'altro che acritico nei con-fronti degli assetti costituiti (si pensi al rilievo dell'anomia). Infine, l'ultima sezione del volume si concentra sul trentennio conclusivo della sua lun-ga esistenza, in cui, accanto alle comprensibili inclinazioni rievocative, appaiono nuovi progetti di ricerca, che però s'inseriscono in una trama evolutiva priva di strappi traumatici col passato, e la cosiddetta "svolta ermeneutica", che depotenzia le componenti positivistiche del suo pristino indirizzo speculativo, ma, al solito, non le rinnega del tutto, confermando la volontà strenua del sociologo di Philadelphia di smussare gli angoli, di addivenire a compromessi che è alla base del suo concetto forse più famoso, ossia le teorie di medio raggio.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11564/736073
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