Il termine “globalizzazione” è entrato a pieno titolo nella ristretta cerchia dei vocaboli universalmente impiegati per indicare una serie di eventi di portata mondiale. Presumibilmente, coniato per la prima volta nel 1983 dall’economista americano Th. Levitt e reso popolare alcuni anni dopo dal giapponese K. Ohmae nei suoi lavori sulle strategie delle imprese multinazionali, il termine ha conosciuto in breve tempo una rapida diffusione oltrepassando i confini del discorso economico ed entrando nel vocabolario di tutte le scienze storio-sociali. In effetti, la globalizzazione – in quanto processo che racchiude una complessa molteplicità di aspetti – non può essere indagata da un’unica prospettiva disciplinare. Assunto tale ampio quadro di riferimento, sottolineiamo che il concetto di globalizzazione non si riferisce solo alla nuova dimensione in cui si muove l’impresa capitalistica o agli sfuggenti flussi finanziari di fronte ai quali gli stati nazionali sono, al momento, del tutto impotenti. Ad assumere un orizzonte globale sono certamente la produzione, il commercio, il credito e la finanza ma anche la comunicazione di notizie e di dati con i nuovi sistemi tecnologici, i movimenti delle persone e, soprattutto, i problemi comuni alle Società del rischio come descritto da U. Beck (1986)1 e da R. Munch in Dinamica globale e mondi di vita (1998). Habermas ha compreso che questa è la questione nodale su cui deve confrontarsi una teoria della società con “forti pretese esplicative”. Nei suoi scritti si trovano indicati i principali temi su cui gli studiosi si oggi confrontano, anche se egli non svolge una precisa analisi dei meccanismi della globalizzazione, limitandosi per lo più a un rimando agli studi più noti in letteratura – tutti concordi nel descrivere la nuova “costellazione post-nazionale” come una “svolta epocale” dai contorni incerti e le cui conseguenze sono ancora lontane da prevedersi.

Aperture globali e nuove chiusure politiche

CORCHIA LUCA
2010

Abstract

Il termine “globalizzazione” è entrato a pieno titolo nella ristretta cerchia dei vocaboli universalmente impiegati per indicare una serie di eventi di portata mondiale. Presumibilmente, coniato per la prima volta nel 1983 dall’economista americano Th. Levitt e reso popolare alcuni anni dopo dal giapponese K. Ohmae nei suoi lavori sulle strategie delle imprese multinazionali, il termine ha conosciuto in breve tempo una rapida diffusione oltrepassando i confini del discorso economico ed entrando nel vocabolario di tutte le scienze storio-sociali. In effetti, la globalizzazione – in quanto processo che racchiude una complessa molteplicità di aspetti – non può essere indagata da un’unica prospettiva disciplinare. Assunto tale ampio quadro di riferimento, sottolineiamo che il concetto di globalizzazione non si riferisce solo alla nuova dimensione in cui si muove l’impresa capitalistica o agli sfuggenti flussi finanziari di fronte ai quali gli stati nazionali sono, al momento, del tutto impotenti. Ad assumere un orizzonte globale sono certamente la produzione, il commercio, il credito e la finanza ma anche la comunicazione di notizie e di dati con i nuovi sistemi tecnologici, i movimenti delle persone e, soprattutto, i problemi comuni alle Società del rischio come descritto da U. Beck (1986)1 e da R. Munch in Dinamica globale e mondi di vita (1998). Habermas ha compreso che questa è la questione nodale su cui deve confrontarsi una teoria della società con “forti pretese esplicative”. Nei suoi scritti si trovano indicati i principali temi su cui gli studiosi si oggi confrontano, anche se egli non svolge una precisa analisi dei meccanismi della globalizzazione, limitandosi per lo più a un rimando agli studi più noti in letteratura – tutti concordi nel descrivere la nuova “costellazione post-nazionale” come una “svolta epocale” dai contorni incerti e le cui conseguenze sono ancora lontane da prevedersi.
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