A partire dal celebre contributo di Jensen e Meckling, la creazione di valore per gli azionisti è stata considerata il principio cardine della gestione aziendale e la prospettiva di riferimento. Tuttavia, questa prospettiva è diventata sempre più una lente deformante e deformata incapace di guardare e dare risposte alle sfide sociali e ambientali contemporanee: l’accentuarsi delle disuguaglianze, il degrado ambientale e il progressivo indebolimento della fiducia nelle istituzioni economiche. Il ritorno dei rappresentanti degli azionisti nella governance aziendale invocato da Jensen e Meckling ha finito con il rendere l’impresa “irresponsabile”, mettendo al centro strategie speculative piuttosto che imprenditoriali, con effetti deleteri sulla società e sull’economia reale. Riconsiderare la finalità istituzionale dell’impresa recuperando il concetto di scopo come principio guida che trascende la mera ricerca del profitto non significa rigettare in toto questa lente ma renderla “progressiva”, ossia capace di guardare in modo più ampio e profondo alla società e all’ambiente. Già Zanda, analizzando il passaggio a un’economia basata su risorse intangibili, sosteneva che la creazione di valore dovesse riguardare uno scopo più ampio riguardante tutti gli stakeholder e non solo gli azionisti. L’idea che le aziende abbiano un “purpose” sta guadagnando consenso anche presso organismi roccaforti del profitto quali Business Roundtable e World Economic Forum; occorre però chiarirne i contorni e, soprattutto, assicurarne l’autenticità. Come avvertiva Zanda, il problema non è proclamare principi etici, bensì convertirli in pratiche concrete all’interno di mercati dominati dal capitalismo finanziario e dall’ossessione per i profitti. Un framework recente elaborato da George et al. recupera appieno il concetto di fine istituzionale o purpose e mira proprio a definire le condizioni operative che colmano il divario fra enunciazione e implementazione. Per dare sostanza a queste riflessioni, il capitolo propone l’analisi del caso EasyJet, esempio emblematico di «rinascita» imprenditoriale attraverso il recupero del proprio scopo originario. Dopo una fase di forte pressione finanziaria, la compagnia ha riorientato la governance verso una gestione integrata che valorizza efficienza operativa, benessere dei dipendenti e responsabilità verso la comunità. EasyJet dimostra che lo scopo condiviso rafforza la competitività, riduce i rischi reputazionali e attira capitali pazienti.
Purpose First! Il caso Easyjet
Della Porta Armando
;Zatini Giacomo
2025-01-01
Abstract
A partire dal celebre contributo di Jensen e Meckling, la creazione di valore per gli azionisti è stata considerata il principio cardine della gestione aziendale e la prospettiva di riferimento. Tuttavia, questa prospettiva è diventata sempre più una lente deformante e deformata incapace di guardare e dare risposte alle sfide sociali e ambientali contemporanee: l’accentuarsi delle disuguaglianze, il degrado ambientale e il progressivo indebolimento della fiducia nelle istituzioni economiche. Il ritorno dei rappresentanti degli azionisti nella governance aziendale invocato da Jensen e Meckling ha finito con il rendere l’impresa “irresponsabile”, mettendo al centro strategie speculative piuttosto che imprenditoriali, con effetti deleteri sulla società e sull’economia reale. Riconsiderare la finalità istituzionale dell’impresa recuperando il concetto di scopo come principio guida che trascende la mera ricerca del profitto non significa rigettare in toto questa lente ma renderla “progressiva”, ossia capace di guardare in modo più ampio e profondo alla società e all’ambiente. Già Zanda, analizzando il passaggio a un’economia basata su risorse intangibili, sosteneva che la creazione di valore dovesse riguardare uno scopo più ampio riguardante tutti gli stakeholder e non solo gli azionisti. L’idea che le aziende abbiano un “purpose” sta guadagnando consenso anche presso organismi roccaforti del profitto quali Business Roundtable e World Economic Forum; occorre però chiarirne i contorni e, soprattutto, assicurarne l’autenticità. Come avvertiva Zanda, il problema non è proclamare principi etici, bensì convertirli in pratiche concrete all’interno di mercati dominati dal capitalismo finanziario e dall’ossessione per i profitti. Un framework recente elaborato da George et al. recupera appieno il concetto di fine istituzionale o purpose e mira proprio a definire le condizioni operative che colmano il divario fra enunciazione e implementazione. Per dare sostanza a queste riflessioni, il capitolo propone l’analisi del caso EasyJet, esempio emblematico di «rinascita» imprenditoriale attraverso il recupero del proprio scopo originario. Dopo una fase di forte pressione finanziaria, la compagnia ha riorientato la governance verso una gestione integrata che valorizza efficienza operativa, benessere dei dipendenti e responsabilità verso la comunità. EasyJet dimostra che lo scopo condiviso rafforza la competitività, riduce i rischi reputazionali e attira capitali pazienti.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


