Il testo si propone di ricostruire l'itinerario scientifico del sociologo tedesco Niklas Luhmann (1927-1998) a partire dal contesto familiare borghese e liberale in cui si formò, e nell'ambito della cosiddetta "generazione del 1945" che comprende altri illustri esponenti della disciplina del consorzio civile di orientamento molto diverso, in primis Habermas e Dahrendorf, ma accomunati dall'esperienza drammatica della sconfitta della Germania nazista e della necessità di un nuovo inizio per il Paese. In particolare, sono oggetto della mia indagine i pristini studi giuridici luhmanniani, quindi l'impiego nella Pubblica Amministrazione e gli influssi intellettuali subiti nel campo sociologico dall'insigne teorico struttural-funzionalista americano T.Parsons (1902-1979) e da H.Schelsky (1912-1984), che fu l'ultimo grande esponente della Scuola di Lipsia di tendenza fortemente conservatrice. Nel prosieguo, l'analisi si sposta sull'attività didattica e di ricerca svolta da Luhmann negli anni Sessanta, Settanta ed in parte Ottanta soprattutto presso l'Università di Bielefeld, di recente istituita proprio su impulso di Schelsky, ponendo l'accento sul tema allora da lui elaborato dell'Illuminismo sociologico, sulla prima discussione pubblica in merito con Habermas e sui limiti entro cui egli allora coltivò l'indagine empirica, allorché dal 1984, anno della pubblicazione del volume di sintesi Soziale Systeme, al 1998, l'anno della morte, si estende la fase comunemente definita sistemica del suo pensiero, in cui il concetto di matrice biologica dell'autopoiesi in rapporto ad un ambiente avrebbe preso il sopravvento su quello dell'equilibrio evolutivo tra gli elementi di un sistema collettivo ed infine si sarebbe tradotto sul piano gnoseologico in una concezione autoreferenziale incline ad deciso costruttivismo, che però non si riscontra affatto nel settore politico, e che tuttavia pervaderebbe diversi campi del sapere, in primo luogo quello umanistico in senso lato. D'altro canto, l'esame del ricchissimo Nachlass (1999-2024), oltre a fornire tasselli decisivi di un simile puzzle sociologico, rivela la vastità contenutistica e metodologica dell'opera luhmanniana, che per un verso riprende schemi enunciati dapprima nel libro summenzionato del 1984 ed in alcuni compendi teorici posteriori, e per l'altro sembra ridimensionare la pretesa che la modernità dovrebbe costituire una sorta di cesura netta ri-spetto alla "tradizione vetero-europea" della filosofia del soggetto trascendentale, anzi ho individuato nella dialettica hegeliana un precursore indubbio della logica dei paradossi e degli autoriferimenti che egli ha propriamente mutuato da Spencer Brown, nonché nell'amor Dei intellectualis spinoziano l'esito ultimo della sua ricerca ultra-quarantennale. Ne consegue che la tripartizione consueta del suo pensiero (gli esordi parsonsiani negli anni Cinquanta, la "conversione" all'inizio degli Ottanta al concetto di autopoiesi di Maturana e Varela e la svolta costruttivistica 10 anni più tardi) a cui si è accennato in precedenza andrebbe rivista alla luce appunto della disamina complessiva dei suoi scritti qui tentata ed anzi dell'interesse costante per le modalità interattive della convivenza umana, in cui una terza sfera oggi molto importante è per di più quella organizzativa, che unisce fra loro istanze economiche e più squisitamente amministrative, mentre il titolo che ho scelto allude per un verso all'opzione metafisica di base compiuta da Luhmann e per l'altro alla centralità della giustizia come criterio assiologico esterno delle leggi su cui egli pare ripiegare in un saggio postumo uscito nel 2000 che s'ispira ad un antico racconto arabo relativo alla spartizione di un'eredità.
L'uomo senza necessità e il dodicesimo cammello. Niklas Luhmann tra sociologia e diritto
Stefano Ricciuti
Primo
2026-01-01
Abstract
Il testo si propone di ricostruire l'itinerario scientifico del sociologo tedesco Niklas Luhmann (1927-1998) a partire dal contesto familiare borghese e liberale in cui si formò, e nell'ambito della cosiddetta "generazione del 1945" che comprende altri illustri esponenti della disciplina del consorzio civile di orientamento molto diverso, in primis Habermas e Dahrendorf, ma accomunati dall'esperienza drammatica della sconfitta della Germania nazista e della necessità di un nuovo inizio per il Paese. In particolare, sono oggetto della mia indagine i pristini studi giuridici luhmanniani, quindi l'impiego nella Pubblica Amministrazione e gli influssi intellettuali subiti nel campo sociologico dall'insigne teorico struttural-funzionalista americano T.Parsons (1902-1979) e da H.Schelsky (1912-1984), che fu l'ultimo grande esponente della Scuola di Lipsia di tendenza fortemente conservatrice. Nel prosieguo, l'analisi si sposta sull'attività didattica e di ricerca svolta da Luhmann negli anni Sessanta, Settanta ed in parte Ottanta soprattutto presso l'Università di Bielefeld, di recente istituita proprio su impulso di Schelsky, ponendo l'accento sul tema allora da lui elaborato dell'Illuminismo sociologico, sulla prima discussione pubblica in merito con Habermas e sui limiti entro cui egli allora coltivò l'indagine empirica, allorché dal 1984, anno della pubblicazione del volume di sintesi Soziale Systeme, al 1998, l'anno della morte, si estende la fase comunemente definita sistemica del suo pensiero, in cui il concetto di matrice biologica dell'autopoiesi in rapporto ad un ambiente avrebbe preso il sopravvento su quello dell'equilibrio evolutivo tra gli elementi di un sistema collettivo ed infine si sarebbe tradotto sul piano gnoseologico in una concezione autoreferenziale incline ad deciso costruttivismo, che però non si riscontra affatto nel settore politico, e che tuttavia pervaderebbe diversi campi del sapere, in primo luogo quello umanistico in senso lato. D'altro canto, l'esame del ricchissimo Nachlass (1999-2024), oltre a fornire tasselli decisivi di un simile puzzle sociologico, rivela la vastità contenutistica e metodologica dell'opera luhmanniana, che per un verso riprende schemi enunciati dapprima nel libro summenzionato del 1984 ed in alcuni compendi teorici posteriori, e per l'altro sembra ridimensionare la pretesa che la modernità dovrebbe costituire una sorta di cesura netta ri-spetto alla "tradizione vetero-europea" della filosofia del soggetto trascendentale, anzi ho individuato nella dialettica hegeliana un precursore indubbio della logica dei paradossi e degli autoriferimenti che egli ha propriamente mutuato da Spencer Brown, nonché nell'amor Dei intellectualis spinoziano l'esito ultimo della sua ricerca ultra-quarantennale. Ne consegue che la tripartizione consueta del suo pensiero (gli esordi parsonsiani negli anni Cinquanta, la "conversione" all'inizio degli Ottanta al concetto di autopoiesi di Maturana e Varela e la svolta costruttivistica 10 anni più tardi) a cui si è accennato in precedenza andrebbe rivista alla luce appunto della disamina complessiva dei suoi scritti qui tentata ed anzi dell'interesse costante per le modalità interattive della convivenza umana, in cui una terza sfera oggi molto importante è per di più quella organizzativa, che unisce fra loro istanze economiche e più squisitamente amministrative, mentre il titolo che ho scelto allude per un verso all'opzione metafisica di base compiuta da Luhmann e per l'altro alla centralità della giustizia come criterio assiologico esterno delle leggi su cui egli pare ripiegare in un saggio postumo uscito nel 2000 che s'ispira ad un antico racconto arabo relativo alla spartizione di un'eredità.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


