Il saggio indaga il ruolo della finestra nella rottura del rapporto tra Auguste Perret e Le Corbusier, assunta come elemento in cui si condensano e si misurano due concezioni divergenti dell'architettura moderna. Il punto di partenza è il Salon d'Automne di Parigi del 1923, in occasione del quale Perret, in un'intervista rilasciata a Guillaume Baderre e pubblicata sul «Paris-Journal», rivolge pesanti critiche agli architetti dell'Esprit Nouveau e in particolare al suo ex allievo. Lo scritto ricostruisce i presupposti di tale frattura, già incrinata dal cosiddetto «Affaire Gaut» del 1922, e ne segue gli sviluppi attraverso le interviste, la corrispondenza (fino alla lettera del 13 dicembre 1923, che segna l'interruzione definitiva dello scambio epistolare) e le successive frecciate di Le Corbusier, affidate all'Almanach d'architecture moderne (1926). Sul piano teorico, la controversia oppone due idee di finestra. Per Perret essa è un dispositivo destinato anzitutto a illuminare, mentre la sua qualità ornamentale resta secondaria. Per Le Corbusier la finestra a nastro, inclusa nei cinque punti dell'architettura, è l'esito di un adattamento alle nuove condizioni del cemento armato e della metallurgia, oltre che alle funzioni umane. Perret accusa i «fabbrica volumi» di fomentare un nuovo accademismo formale e di sacrificare l'abitabilità. Le Corbusier replica sul terreno tecnico, sostenendo che, a parità di superficie, la finestra a nastro raccoglie la luce all'altezza utile, quella dello sguardo di chi abita, e consente soffitti più bassi. Il dialogo avvenuto nel 1924 all'inaugurazione del Palais de Bois, tra la fenêtre en hauteur e la fenêtre en longueur, è assunto come testimonianza emblematica dello scontro. Il saggio evidenzia poi la connotazione antropomorfa della finestra verticale – «una finestra, è un uomo» – e ne contrappone la frontalità all'orizzontalità del nastro. Il confronto è esteso al rapporto con il paesaggio: la Petite Maison di Corseaux, con la sua unica finestra a nastro orientata sul lago di Lemano e sulle montagne della Savoia, è letta come «macchina per contemplare» e come volontà di radicamento nel luogo. A essa si oppone la «macchina per abitare» di Villa Savoye, dove il nastro che avvolge le quattro facciate restituisce un paesaggio indistinto e costruito. La finestra a nastro introduce inoltre un fattore temporale, una direzionalità dello sguardo in movimento, e risponde al postulato di «oggettività» proprio del Movimento Moderno e del Purismo. In conclusione, il contributo non intende pronunciarsi a favore dell'una o dell'altra soluzione formale. Mira piuttosto a comprenderne la genesi compositiva, le diverse modalità di connessione tra paesaggio esterno e spazi abitativi interni e le relazioni percettive che ne derivano. Tutte le forme di finestra possiedono una propria ragion d'essere, e spetta al «regista dello spazio» saperle impiegare per ottenere le percezioni desiderate.
La finestra tra divisione e unione. Le Corbusier e Auguste Perret
Lorenzo Fantino
2026-01-01
Abstract
Il saggio indaga il ruolo della finestra nella rottura del rapporto tra Auguste Perret e Le Corbusier, assunta come elemento in cui si condensano e si misurano due concezioni divergenti dell'architettura moderna. Il punto di partenza è il Salon d'Automne di Parigi del 1923, in occasione del quale Perret, in un'intervista rilasciata a Guillaume Baderre e pubblicata sul «Paris-Journal», rivolge pesanti critiche agli architetti dell'Esprit Nouveau e in particolare al suo ex allievo. Lo scritto ricostruisce i presupposti di tale frattura, già incrinata dal cosiddetto «Affaire Gaut» del 1922, e ne segue gli sviluppi attraverso le interviste, la corrispondenza (fino alla lettera del 13 dicembre 1923, che segna l'interruzione definitiva dello scambio epistolare) e le successive frecciate di Le Corbusier, affidate all'Almanach d'architecture moderne (1926). Sul piano teorico, la controversia oppone due idee di finestra. Per Perret essa è un dispositivo destinato anzitutto a illuminare, mentre la sua qualità ornamentale resta secondaria. Per Le Corbusier la finestra a nastro, inclusa nei cinque punti dell'architettura, è l'esito di un adattamento alle nuove condizioni del cemento armato e della metallurgia, oltre che alle funzioni umane. Perret accusa i «fabbrica volumi» di fomentare un nuovo accademismo formale e di sacrificare l'abitabilità. Le Corbusier replica sul terreno tecnico, sostenendo che, a parità di superficie, la finestra a nastro raccoglie la luce all'altezza utile, quella dello sguardo di chi abita, e consente soffitti più bassi. Il dialogo avvenuto nel 1924 all'inaugurazione del Palais de Bois, tra la fenêtre en hauteur e la fenêtre en longueur, è assunto come testimonianza emblematica dello scontro. Il saggio evidenzia poi la connotazione antropomorfa della finestra verticale – «una finestra, è un uomo» – e ne contrappone la frontalità all'orizzontalità del nastro. Il confronto è esteso al rapporto con il paesaggio: la Petite Maison di Corseaux, con la sua unica finestra a nastro orientata sul lago di Lemano e sulle montagne della Savoia, è letta come «macchina per contemplare» e come volontà di radicamento nel luogo. A essa si oppone la «macchina per abitare» di Villa Savoye, dove il nastro che avvolge le quattro facciate restituisce un paesaggio indistinto e costruito. La finestra a nastro introduce inoltre un fattore temporale, una direzionalità dello sguardo in movimento, e risponde al postulato di «oggettività» proprio del Movimento Moderno e del Purismo. In conclusione, il contributo non intende pronunciarsi a favore dell'una o dell'altra soluzione formale. Mira piuttosto a comprenderne la genesi compositiva, le diverse modalità di connessione tra paesaggio esterno e spazi abitativi interni e le relazioni percettive che ne derivano. Tutte le forme di finestra possiedono una propria ragion d'essere, e spetta al «regista dello spazio» saperle impiegare per ottenere le percezioni desiderate.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


