«Secondo le statistiche americane negli Stati Uniti 190.000 persone all’anno rimangono uccise e 450.000 ferite in incidenti automobilistici». Così Robert Musil nel 1930. L’uomo senza qualità aveva intuito che il rapporto tra essere umano e automobile sarebbe stato conflittuale. Dopo settantacinque anni, si può affermare che le cose sono andate peggio del previsto, al punto che “o si rinuncia all’automobile o la città morirà”. E non è l’affermazione di un fondamentalista ecologico. Ma di Gabriel Dupuy. Un’intuizione? Una visione apocalittica? Piuttosto un’ipotesi di lavoro. Che contempla una drastica riduzione quantitativa degli autoveicoli circolanti ed un loro deciso miglioramento tecnologico. Si perché l’automobile è “una stufa usata impropriamente” che contribuisce in modo determinante al riscaldamento del pianeta e, più in generale, all’inquinamento atmosferico. Tale itinerario concettuale, il cui principio ispiratore è la messa a punto di una nuova sensibilità ambientale, ha trovato poco spazio nella prima Biennale sulla mobilità a Rotterdam. Solo un accenno. All’interno del NAI (Netherlands Architecture Institute) sulla passerella del secondo livello, due schermi giganti, montati su pareti opposte, inviavano visioni in movimento del disastro ambientale, degli incidenti e dei nodi irrisolti del rapporto tra territorio, paesaggio ed automobile. Visioni accattivanti, impressionanti, agghiaccianti, sorprendenti, mortificanti. Visioni che però non sfuggono “al fascino e alla suggestione di immagini che, seppur cariche di verità, lampeggiano e svaniscono senza trasformarsi in un sapere» (Bernard Noël).

Camera con svista

CLEMENTE, Antonio Alberto
2005-01-01

Abstract

«Secondo le statistiche americane negli Stati Uniti 190.000 persone all’anno rimangono uccise e 450.000 ferite in incidenti automobilistici». Così Robert Musil nel 1930. L’uomo senza qualità aveva intuito che il rapporto tra essere umano e automobile sarebbe stato conflittuale. Dopo settantacinque anni, si può affermare che le cose sono andate peggio del previsto, al punto che “o si rinuncia all’automobile o la città morirà”. E non è l’affermazione di un fondamentalista ecologico. Ma di Gabriel Dupuy. Un’intuizione? Una visione apocalittica? Piuttosto un’ipotesi di lavoro. Che contempla una drastica riduzione quantitativa degli autoveicoli circolanti ed un loro deciso miglioramento tecnologico. Si perché l’automobile è “una stufa usata impropriamente” che contribuisce in modo determinante al riscaldamento del pianeta e, più in generale, all’inquinamento atmosferico. Tale itinerario concettuale, il cui principio ispiratore è la messa a punto di una nuova sensibilità ambientale, ha trovato poco spazio nella prima Biennale sulla mobilità a Rotterdam. Solo un accenno. All’interno del NAI (Netherlands Architecture Institute) sulla passerella del secondo livello, due schermi giganti, montati su pareti opposte, inviavano visioni in movimento del disastro ambientale, degli incidenti e dei nodi irrisolti del rapporto tra territorio, paesaggio ed automobile. Visioni accattivanti, impressionanti, agghiaccianti, sorprendenti, mortificanti. Visioni che però non sfuggono “al fascino e alla suggestione di immagini che, seppur cariche di verità, lampeggiano e svaniscono senza trasformarsi in un sapere» (Bernard Noël).
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