La ‘morte’ nel Decameron di Boccaccio costituisce una presenza pervasiva: la gamma semantica connessa al termine conta infatti un numero di occorrenze decisamente maggiore rispetto a quello riferito alla ‘vita’, così da configurarsi come assoluta certezza per l’umanità dei viventi decameroniani. Incide su questa concezione del trapasso quale accidente ineluttabile, “addomesticato” (Ariès) e, anzi, necessario alla prosecuzione in senso soterico dell’itinerario terreno dell’uomo, la mentalità tardomedievale (ormai emancipata dalle implicazioni del contemptus mundi) che individua nella morte un semplice valore aggiunto, per cui stare tranquilli (stante anche la recente opportunità di accedere a un Purgatorio), e non ravvisa mai, nella evidente dimestichezza con i cadaveri, alcunché di impressionante. Emerge inevitabilmente il codice culturale in cui la penna dell’autore intinge l’inchiostro (Branca) per vergare le cento novelle, ferma restando la ricezione di filoni narrativi di varia provenienza in senso diacronico e spaziale. Ad ogni modo sussistono luoghi del libro in cui la morte appare invece temibile e insidiosa, imprimendo sgomento per la “extraordinarietà” delle sue manifestazioni: è il caso della terribile pestilenza incipitaria che ispira la composizione dell’opera con la sua enorme messe di cadaveri contagiosi, da cui rifuggire, opportunamente circoscritti “in cornice” e che, pur orrorifica, detiene una forte valenza palingenetica. Essa torna inoltre a determinare la maggior parte delle infelicità contemplate nella Quarta giornata, unico cammeo “tragico”, e a tratti macabro, presente nel contesto “comico” delle novelle, ove è portatrice di riferimenti cultuali che mitigano l’impianto precipuamente laico del volume.

Morti e sepolti. Percezione e rappresentazione della morte nel "Decameron".

Luciana Pasquini
2019

Abstract

La ‘morte’ nel Decameron di Boccaccio costituisce una presenza pervasiva: la gamma semantica connessa al termine conta infatti un numero di occorrenze decisamente maggiore rispetto a quello riferito alla ‘vita’, così da configurarsi come assoluta certezza per l’umanità dei viventi decameroniani. Incide su questa concezione del trapasso quale accidente ineluttabile, “addomesticato” (Ariès) e, anzi, necessario alla prosecuzione in senso soterico dell’itinerario terreno dell’uomo, la mentalità tardomedievale (ormai emancipata dalle implicazioni del contemptus mundi) che individua nella morte un semplice valore aggiunto, per cui stare tranquilli (stante anche la recente opportunità di accedere a un Purgatorio), e non ravvisa mai, nella evidente dimestichezza con i cadaveri, alcunché di impressionante. Emerge inevitabilmente il codice culturale in cui la penna dell’autore intinge l’inchiostro (Branca) per vergare le cento novelle, ferma restando la ricezione di filoni narrativi di varia provenienza in senso diacronico e spaziale. Ad ogni modo sussistono luoghi del libro in cui la morte appare invece temibile e insidiosa, imprimendo sgomento per la “extraordinarietà” delle sue manifestazioni: è il caso della terribile pestilenza incipitaria che ispira la composizione dell’opera con la sua enorme messe di cadaveri contagiosi, da cui rifuggire, opportunamente circoscritti “in cornice” e che, pur orrorifica, detiene una forte valenza palingenetica. Essa torna inoltre a determinare la maggior parte delle infelicità contemplate nella Quarta giornata, unico cammeo “tragico”, e a tratti macabro, presente nel contesto “comico” delle novelle, ove è portatrice di riferimenti cultuali che mitigano l’impianto precipuamente laico del volume.
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Descrizione: Saggio critico in Rivista di "Classe A".
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11564/709429
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