Quando si legge o si sente dire a un politico che la partecipazione è una priorità del mandato di governo si ha sovente l’impressione, purtroppo fondata su esperienze di annunci disattesi, che quel riferimento alla cittadinanza attiva sia una mera formula di rito celebrativa della delega di sovranità. Eppure, la questione della partecipazione è una cosa seria e gli strumenti di relazionamento tra governanti e governati sono numerosi nel nostro ordinamento repubblicano, tanto nell’ambito dei procedimenti amministrativi – informazione, ascolto, accesso agli atti, consultazione –, quanto nell’ambito delle espressioni più politiche della democrazia rappresentativa, diretta e associativa con cui si concretizza la sovranità popolare. Le riforme avviate con la L. 241/1990, n. 241, il D.Lgs. 29/1993, le “leggi Bassanini” (59/1997, 217/1997, 191/1998, 50/1999), la legge quadro 150/2000, il D.Lgs 267/2000, e tutti i dispositivi di corredo, hanno rap-presentato un vero punto di svolta per l’amministrazione pubblica italiana nel quadro di processi di trasparenza, pubblicità, decentramento e da ultimo, digitalizzazione e messa in rete di informazioni, dati e servizi. Senza quelle iniziative non sarebbe neppure immaginabile il tentativo di superare l’ulteriore resistenza a radicare oggi criteri di efficacia, efficienza, economicità e valutazione delle risorse, dell’apparato e delle policies. Questa democratizzazione della pubblica amministrazione, che ha trovato un terreno fertile a livello regionale e locale con la nuova stagione dei sindaci e dei “governatori”, tuttavia, non è stata di per sé sufficiente a controbilanciare alcuni deficit strutturali che affliggono la governance della res pubblica e la crisi degli istituti normativi, delle pratiche collettive e delle disposi-zioni soggettive dei cittadini in cui si estrinseca la partecipazione.

I processi partecipativi

CORCHIA LUCA
2021-01-01

Abstract

Quando si legge o si sente dire a un politico che la partecipazione è una priorità del mandato di governo si ha sovente l’impressione, purtroppo fondata su esperienze di annunci disattesi, che quel riferimento alla cittadinanza attiva sia una mera formula di rito celebrativa della delega di sovranità. Eppure, la questione della partecipazione è una cosa seria e gli strumenti di relazionamento tra governanti e governati sono numerosi nel nostro ordinamento repubblicano, tanto nell’ambito dei procedimenti amministrativi – informazione, ascolto, accesso agli atti, consultazione –, quanto nell’ambito delle espressioni più politiche della democrazia rappresentativa, diretta e associativa con cui si concretizza la sovranità popolare. Le riforme avviate con la L. 241/1990, n. 241, il D.Lgs. 29/1993, le “leggi Bassanini” (59/1997, 217/1997, 191/1998, 50/1999), la legge quadro 150/2000, il D.Lgs 267/2000, e tutti i dispositivi di corredo, hanno rap-presentato un vero punto di svolta per l’amministrazione pubblica italiana nel quadro di processi di trasparenza, pubblicità, decentramento e da ultimo, digitalizzazione e messa in rete di informazioni, dati e servizi. Senza quelle iniziative non sarebbe neppure immaginabile il tentativo di superare l’ulteriore resistenza a radicare oggi criteri di efficacia, efficienza, economicità e valutazione delle risorse, dell’apparato e delle policies. Questa democratizzazione della pubblica amministrazione, che ha trovato un terreno fertile a livello regionale e locale con la nuova stagione dei sindaci e dei “governatori”, tuttavia, non è stata di per sé sufficiente a controbilanciare alcuni deficit strutturali che affliggono la governance della res pubblica e la crisi degli istituti normativi, delle pratiche collettive e delle disposi-zioni soggettive dei cittadini in cui si estrinseca la partecipazione.
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