Gli eventi sismici che tra il 2009 e il 2016 hanno interessato il Centro Italia, oltre a determinare ingenti danni materiali, che hanno reso necessari importanti interventi di ricostruzione, hanno evidenziato criticità strutturali di lungo periodo. Queste criticità sono riconducibili principalmente ai processi di spopolamento, degrado fisico e abbandono socio-economico, originati da molteplici cause, tra le quali vanno contemplate la crisi dei sistemi produttivi locali, la marginalità geografica e infrastrutturale, la drammatica contrazione delle opportunità occupazionali, l’invecchiamento e la conseguente rarefazione dei servizi essenziali. In questo quadro, gli eventi sismici hanno agito come amplificatore di fragilità preesistenti, mettendo in luce la necessità di attivare strategie integrate di rigenerazione territoriale, capaci di coniugare la sicurezza fisica e strutturale del costruito con la riattivazione sociale, economica e culturale delle comunità locali. Gli eventi sismici non hanno infatti solo provocato danni fisici al patrimonio edilizio residenziale, ma hanno spesso causato l’interruzione dei servizi essenziali, delle infrastrutture di collegamento e delle attività produttive, con effetti particolarmente severi sulle già fragili economie locali e sulla capacità delle comunità di mantenere forme attive di presidio e gestione del territorio. Dopo gli eventi sismici, i comuni più colpiti hanno fatto registrare saldi migratori fortemente negativi, sebbene a partire dal 2021 si sia cominciato a osservare un graduale ritorno di popolazione, in particolare nei comuni a medio e basso livello di danno (https://cresmedaily. it/ripresa-post-sisma-dati/). Ma se, da un lato, lo shock sistemico ha peggiorato innegabilmente la condizione di degrado del patrimonio edilizio, dei sistemi sociali e degli habitat naturali, dall’altro, in linea con il concetto di resilienza trasformativa, ha rappresentato un * L’Introduzione è stata scritta da Massimo Angrilli e Donatella Radogna; il par. 7.1 da Ilenia Pierantoni, Valentina Polci, Ludovica Simionato, Flavio Stimilli, Massimo Sargolini; il par. 7.2 da Massimo Angrilli, Luciana Mastrolonardo, Donatella Radogna: in particolare, il par. 7.2.2 è di Luciana Mastrolonardo e Donatella Radogna, il 7.2.3. di Massimo Angrilli e il 7.2.4 di Massimo Agrilli, Luciana Mastrolonardo e Donatella Radogna. 84 dopo il terremoto possibile fattore di innesco per processi di cambiamento positivo, riconducibili ai fenomeni descritti in questo volume del bouncing forward e del leaping forward. Con questo spirito, già in occasione del sisma aquilano del 2009, la Struttura tecnica di missione (stm) individuava tra le azioni prioritarie non soltanto interventi di ricostruzione edilizia, ma anche iniziative volte a riattivare dinamiche di sviluppo economico e sociale. Questo obiettivo, solo parzialmente raggiunto, nasceva dalla consapevolezza che una semplice ricostruzione avrebbe potuto risolversi in un mero ripristino di abitazioni senza più abitanti. Da qui la necessità di concentrare gli sforzi sulla rivitalizzazione dei luoghi e non solo sul recupero del costruito. In coerenza con l’art. 14 della legge 24 giugno 2009, n. 77, gli strumenti urbanistici elaborati hanno assunto il complesso ruolo di piani al tempo stesso strategici e conformativo-urbanistici. Hanno cioè mirato a contemperare la risposta all’urgenza degli interventi di riparazione dei danni con la promozione di azioni a favore della ripresa economica e sociale delle comunità colpite dal sisma. Un ruolo rilevante nella gestione del sisma aquilano fu affidato al modello di governance multilivello, che coinvolgeva Stato, Regione e Comuni, ispirato a principi di partenariato, trasparenza e coerenza nell’uso dei fondi pubblici. L’impianto normativo, avanzato rispetto a precedenti esperienze di ricostruzione, prevedeva la figura del commissario delegato (il presidente della Regione Abruzzo), del sindaco dell’Aquila come vicecommissario e di una Struttura tecnica di missione con funzioni operative. Tuttavia, la gestione multiattoriale, concepita per garantire un equilibrio tra il livello statale e quello locale, entrò presto in crisi a causa di conflitti istituzionali e politici tra i diversi attori coinvolti. Emersero divergenze di visione tra chi rivendicava maggiore autonomia per il Comune capoluogo, chi intendeva tutelare gli interessi dell’intero cratere sismico e chi privilegiava il rigore procedurale nell’uso dei fondi pubblici, che portarono a una progressiva paralisi del sistema. Il modello, pur innovativo nelle premesse, si rivelò fragile nell’attuazione, evidenziando i limiti di una governance priva di coesione politica e di una chiara leadership condivisa. La tensione per superare la dimensione emergenziale e promuovere la rinascita delle aree colpite è proseguita e si è rafforzata con le politiche post-sisma 2016, in particolare con il Programma unitario di rigenerazione urbana e territoriale e con il Piano nazionale di ripresa e resilienza (pnrr). Nelle politiche post-disastro relative alle Aree interne dell’Appennino, il concetto di ricostruzione ha assunto progressivamente un significato più ampio rispetto al mero ripristino fisico dell’edificato, estendendosi alle dimensioni economiche, sociali e culturali (ricostruzione dell’economia, del tessuto sociale ecc.) e presupponendo azioni non solo riparative ma anche orientate alla crescita qualitativa e al miglioramento complessivo. Si riconosce pertanto l’opportunità di stabilire un legame strutturale e permanente tra le norme e i regolamenti edilizio-costruttivi – e in particolare quelli legati ai processi di ricostruzione post-sisma – e le strategie di sviluppo sostenibile dei territori. Questa integrazione rappresenta un presupposto fondamentale per 7. esperienze nella ricostruzione 85 l’elaborazione di approcci innovativi alla pianificazione territoriale, capaci di coniugare sicurezza, qualità ambientale e rigenerazione socio-economica. In questa prospettiva, insieme a norme tecniche mirate a garantire prestazioni strutturali degli edifici adeguate, occorrerebbe concorrere alla definizione di un progetto complessivo di territorio resiliente, nell’obiettivo di favorire una visione sistemica in cui la prevenzione del rischio, la tutela del paesaggio e la sostenibilità ambientale diventino componenti integrate del medesimo processo di governo del territorio. I parr. 7.1 e 7.2 analizzano il significato delle esperienze post-disastro relative ai terremoti del 2009 e del 2016 nel Centro Italia, adottando una prospettiva orientata all’innesco di processi di resilienza trasformativa.
Esperienze nella ricostruzione e nella rigenerazione territoriale post-disastro
Massimo Angrilli
;Luciana Mastrolonardo
;Donatella Radogna
;Ludovica Simionato
;
In corso di stampa
Abstract
Gli eventi sismici che tra il 2009 e il 2016 hanno interessato il Centro Italia, oltre a determinare ingenti danni materiali, che hanno reso necessari importanti interventi di ricostruzione, hanno evidenziato criticità strutturali di lungo periodo. Queste criticità sono riconducibili principalmente ai processi di spopolamento, degrado fisico e abbandono socio-economico, originati da molteplici cause, tra le quali vanno contemplate la crisi dei sistemi produttivi locali, la marginalità geografica e infrastrutturale, la drammatica contrazione delle opportunità occupazionali, l’invecchiamento e la conseguente rarefazione dei servizi essenziali. In questo quadro, gli eventi sismici hanno agito come amplificatore di fragilità preesistenti, mettendo in luce la necessità di attivare strategie integrate di rigenerazione territoriale, capaci di coniugare la sicurezza fisica e strutturale del costruito con la riattivazione sociale, economica e culturale delle comunità locali. Gli eventi sismici non hanno infatti solo provocato danni fisici al patrimonio edilizio residenziale, ma hanno spesso causato l’interruzione dei servizi essenziali, delle infrastrutture di collegamento e delle attività produttive, con effetti particolarmente severi sulle già fragili economie locali e sulla capacità delle comunità di mantenere forme attive di presidio e gestione del territorio. Dopo gli eventi sismici, i comuni più colpiti hanno fatto registrare saldi migratori fortemente negativi, sebbene a partire dal 2021 si sia cominciato a osservare un graduale ritorno di popolazione, in particolare nei comuni a medio e basso livello di danno (https://cresmedaily. it/ripresa-post-sisma-dati/). Ma se, da un lato, lo shock sistemico ha peggiorato innegabilmente la condizione di degrado del patrimonio edilizio, dei sistemi sociali e degli habitat naturali, dall’altro, in linea con il concetto di resilienza trasformativa, ha rappresentato un * L’Introduzione è stata scritta da Massimo Angrilli e Donatella Radogna; il par. 7.1 da Ilenia Pierantoni, Valentina Polci, Ludovica Simionato, Flavio Stimilli, Massimo Sargolini; il par. 7.2 da Massimo Angrilli, Luciana Mastrolonardo, Donatella Radogna: in particolare, il par. 7.2.2 è di Luciana Mastrolonardo e Donatella Radogna, il 7.2.3. di Massimo Angrilli e il 7.2.4 di Massimo Agrilli, Luciana Mastrolonardo e Donatella Radogna. 84 dopo il terremoto possibile fattore di innesco per processi di cambiamento positivo, riconducibili ai fenomeni descritti in questo volume del bouncing forward e del leaping forward. Con questo spirito, già in occasione del sisma aquilano del 2009, la Struttura tecnica di missione (stm) individuava tra le azioni prioritarie non soltanto interventi di ricostruzione edilizia, ma anche iniziative volte a riattivare dinamiche di sviluppo economico e sociale. Questo obiettivo, solo parzialmente raggiunto, nasceva dalla consapevolezza che una semplice ricostruzione avrebbe potuto risolversi in un mero ripristino di abitazioni senza più abitanti. Da qui la necessità di concentrare gli sforzi sulla rivitalizzazione dei luoghi e non solo sul recupero del costruito. In coerenza con l’art. 14 della legge 24 giugno 2009, n. 77, gli strumenti urbanistici elaborati hanno assunto il complesso ruolo di piani al tempo stesso strategici e conformativo-urbanistici. Hanno cioè mirato a contemperare la risposta all’urgenza degli interventi di riparazione dei danni con la promozione di azioni a favore della ripresa economica e sociale delle comunità colpite dal sisma. Un ruolo rilevante nella gestione del sisma aquilano fu affidato al modello di governance multilivello, che coinvolgeva Stato, Regione e Comuni, ispirato a principi di partenariato, trasparenza e coerenza nell’uso dei fondi pubblici. L’impianto normativo, avanzato rispetto a precedenti esperienze di ricostruzione, prevedeva la figura del commissario delegato (il presidente della Regione Abruzzo), del sindaco dell’Aquila come vicecommissario e di una Struttura tecnica di missione con funzioni operative. Tuttavia, la gestione multiattoriale, concepita per garantire un equilibrio tra il livello statale e quello locale, entrò presto in crisi a causa di conflitti istituzionali e politici tra i diversi attori coinvolti. Emersero divergenze di visione tra chi rivendicava maggiore autonomia per il Comune capoluogo, chi intendeva tutelare gli interessi dell’intero cratere sismico e chi privilegiava il rigore procedurale nell’uso dei fondi pubblici, che portarono a una progressiva paralisi del sistema. Il modello, pur innovativo nelle premesse, si rivelò fragile nell’attuazione, evidenziando i limiti di una governance priva di coesione politica e di una chiara leadership condivisa. La tensione per superare la dimensione emergenziale e promuovere la rinascita delle aree colpite è proseguita e si è rafforzata con le politiche post-sisma 2016, in particolare con il Programma unitario di rigenerazione urbana e territoriale e con il Piano nazionale di ripresa e resilienza (pnrr). Nelle politiche post-disastro relative alle Aree interne dell’Appennino, il concetto di ricostruzione ha assunto progressivamente un significato più ampio rispetto al mero ripristino fisico dell’edificato, estendendosi alle dimensioni economiche, sociali e culturali (ricostruzione dell’economia, del tessuto sociale ecc.) e presupponendo azioni non solo riparative ma anche orientate alla crescita qualitativa e al miglioramento complessivo. Si riconosce pertanto l’opportunità di stabilire un legame strutturale e permanente tra le norme e i regolamenti edilizio-costruttivi – e in particolare quelli legati ai processi di ricostruzione post-sisma – e le strategie di sviluppo sostenibile dei territori. Questa integrazione rappresenta un presupposto fondamentale per 7. esperienze nella ricostruzione 85 l’elaborazione di approcci innovativi alla pianificazione territoriale, capaci di coniugare sicurezza, qualità ambientale e rigenerazione socio-economica. In questa prospettiva, insieme a norme tecniche mirate a garantire prestazioni strutturali degli edifici adeguate, occorrerebbe concorrere alla definizione di un progetto complessivo di territorio resiliente, nell’obiettivo di favorire una visione sistemica in cui la prevenzione del rischio, la tutela del paesaggio e la sostenibilità ambientale diventino componenti integrate del medesimo processo di governo del territorio. I parr. 7.1 e 7.2 analizzano il significato delle esperienze post-disastro relative ai terremoti del 2009 e del 2016 nel Centro Italia, adottando una prospettiva orientata all’innesco di processi di resilienza trasformativa.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


