Il design si muove in contesti sempre più complessi e sensibili, in cui lo sviluppo delle tecnologie digitali apre nuove possibilità di intervento. In particolare, è oggi possibile sviluppare sistemi ad alto tasso di fedeltà — come i gemelli digitali — basati su intelligenza artificiale e tecnologie di monitoraggio (IoT), capaci di raccogliere, modellare e simulare dati relativi ai comportamenti umani, al tono di voce e alle modalità di relazione. Queste tecnologie aprono il dialogo su nuovi ambiti applicativi, come la possibilità di configurare forme di presenza digitale post mortem — comunemente conosciute come digital ghosts (Spitale & Germani, 2025) — con le quali è possibile continuare a interagire oltre la vita biologica. L’emergere di queste nuove opportunità progettuali presenta tuttavia criticità rilevanti sul piano etico, psicologico e socioculturale. Dal punto di vista etico, tali pratiche sollevano questioni legate al consenso informato, alla gestione dei dati sensibili, alla tutela della privacy e al rischio di sfruttamento o manipolazione della memoria dell’individuo. Sul piano psicologico e sociologico, l’interazione continuativa con presenze digitali post mortem può incidere sui processi di elaborazione del lutto, favorendo forme di dipendenza affettiva o interferendo con le dinamiche di separazione e riorganizzazione del legame con il defunto. Dal punto di vista progettuale, emerge inoltre la difficoltà di definire in modo intenzionale limiti, temporalità e condizioni di interruzione all’interno di sistemi digitali concepiti per essere potenzialmente persistenti. A partire da queste criticità, il contributo propone di aprire una riflessione di design research sulle modalità attraverso cui il progetto può operare in modo responsabile in questo ambito emergente. L’obiettivo non è replicare l’essere umano né promuovere un’idea di immortalità tecnologica, ma indagare il ruolo del design nella definizione dei confini entro cui tali pratiche possono essere immaginate ed esplorate dal punto di vista progettuale. In questo senso, i vincoli etici — relativi al consenso, alle modalità di accesso e alla temporalità della presenza digitale — sono assunti come vincoli progettuali, capaci di orientare il processo di ricerca e di trasformarsi in strumenti per la produzione di conoscenza e consapevolezza etica. Il fare design si configura quindi come una pratica di mediazione critica, in cui il designer opera come mediatore interdisciplinare tra contributi provenienti da psicologia, etica, antropologia, diritto e interaction design, traducendoli in scelte progettuali concrete. Attraverso questo approccio, il design diventa un mezzo per esplorare in modo etico nuovi campi applicativi legati alla presenza digitale post mortem, contribuendo al rinnovamento delle pratiche di design research in contesti di elevata vulnerabilità.
Progettare oltre la vita biologica. Digital ghosts, etica e design research multidisciplinare in contesti di vulnerabilità.
Davide Galieri
Primo
2026-01-01
Abstract
Il design si muove in contesti sempre più complessi e sensibili, in cui lo sviluppo delle tecnologie digitali apre nuove possibilità di intervento. In particolare, è oggi possibile sviluppare sistemi ad alto tasso di fedeltà — come i gemelli digitali — basati su intelligenza artificiale e tecnologie di monitoraggio (IoT), capaci di raccogliere, modellare e simulare dati relativi ai comportamenti umani, al tono di voce e alle modalità di relazione. Queste tecnologie aprono il dialogo su nuovi ambiti applicativi, come la possibilità di configurare forme di presenza digitale post mortem — comunemente conosciute come digital ghosts (Spitale & Germani, 2025) — con le quali è possibile continuare a interagire oltre la vita biologica. L’emergere di queste nuove opportunità progettuali presenta tuttavia criticità rilevanti sul piano etico, psicologico e socioculturale. Dal punto di vista etico, tali pratiche sollevano questioni legate al consenso informato, alla gestione dei dati sensibili, alla tutela della privacy e al rischio di sfruttamento o manipolazione della memoria dell’individuo. Sul piano psicologico e sociologico, l’interazione continuativa con presenze digitali post mortem può incidere sui processi di elaborazione del lutto, favorendo forme di dipendenza affettiva o interferendo con le dinamiche di separazione e riorganizzazione del legame con il defunto. Dal punto di vista progettuale, emerge inoltre la difficoltà di definire in modo intenzionale limiti, temporalità e condizioni di interruzione all’interno di sistemi digitali concepiti per essere potenzialmente persistenti. A partire da queste criticità, il contributo propone di aprire una riflessione di design research sulle modalità attraverso cui il progetto può operare in modo responsabile in questo ambito emergente. L’obiettivo non è replicare l’essere umano né promuovere un’idea di immortalità tecnologica, ma indagare il ruolo del design nella definizione dei confini entro cui tali pratiche possono essere immaginate ed esplorate dal punto di vista progettuale. In questo senso, i vincoli etici — relativi al consenso, alle modalità di accesso e alla temporalità della presenza digitale — sono assunti come vincoli progettuali, capaci di orientare il processo di ricerca e di trasformarsi in strumenti per la produzione di conoscenza e consapevolezza etica. Il fare design si configura quindi come una pratica di mediazione critica, in cui il designer opera come mediatore interdisciplinare tra contributi provenienti da psicologia, etica, antropologia, diritto e interaction design, traducendoli in scelte progettuali concrete. Attraverso questo approccio, il design diventa un mezzo per esplorare in modo etico nuovi campi applicativi legati alla presenza digitale post mortem, contribuendo al rinnovamento delle pratiche di design research in contesti di elevata vulnerabilità.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


